Evergreen: I favolosi anni ’60

6 settembre 2013 | Giorgia | Stampa articolo |
Evergreen: I favolosi anni ’60
Arte Moda e Cinema
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Come è possibile stare dentro e non uscire fuori, come è possibile stare fuori e non sapere cosa succede dentro?

Era la 67esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, approdava dopo la realizzazione in teatro e la pubblicazione in forma di libro “La Pecora Nera” di Ascanio Celestini.
Il film è una critica etica, uno spaccato di 35 anni di vita di Nicola (Ascanio Celestini), bimbo e adulto scomodo mai integrato mai slegato dalla sua realtà.

Una vita popolare e populista, immersa nelle credenze tradizionali, quei luoghi comuni a cui ci affidiamo e che lasciamo parlare al posto nostro quando l’argomento è ignoto ma noto in questo caso con l’istituzione di manicomio.

È proprio nel luogo dove si “rifugiano” i pazzi che Nicola cresce insieme al suo omonimo “compagno di vita” (Giorgio Tirabassi), una figura pura nella naturalezza e nell’istinto, lui può tutto al contrario del personaggio di Ascanio, d’altronde non è neanche iscritto all’anagrafe, lui il vero matto da legare gioca con le paure e le psicosi di Ascanio riuscendo al tempo stesso a sublimare le speranze e i desideri dello stesso in uno spazio dove tutto può essere detto e sperato.

L’atmosfera del film è pesante, nel senso che il peso dell’argomento trattato crea un magone in gola permanente per tutta la durata del film, amplificato dalle filastrocche ipnotiche, dai gesti rituali scanditi ogni giorno nella vita del manicomio e nell’unica realtà socialmente normale della spesa al supermercato, qui i normali fanno la spesa, qui dove un qualche esperto della psicologia del mercato ha deciso in che posizione mettere la merce nello scaffale per indurti a comprare questa o quella marca, qui dove anche l’amore della tua vita Marinella (Maya Sansa) ti tratta in maniera diversa o per quello che sei, una mela marcia, una pecora nera, uno neanche abituato a prendere il caffè.

“La pecora nera” è un film impegnato nel rappresentare la realtà, senza ornamenti superflui, senza caricature.

Un pazzo! è qualcosa che fa orrore, E tu cosa sei, tu, lettore? In quale categoria ti schieri? in quelle degli sciocchi o in quella dei pazzi? Se ti dessero la possibilità di scegliere, la tua vanità preferirebbe certo l’ultima condizione. (Gustave Flaubert).

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