Luogo Comune

7 novembre 2013 | Giorgia | Stampa articolo |
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Costume e Società
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“Quando parla il cuore non sta bene che la ragione trovi da obiettare. Nel regno del kitsch impera la dittatura del cuore. I sentimenti suscitati dal kitsch devono essere, ovviamente, tali da poter essere condivisi da una grande quantità di persone. Per questo il kitsch non può dipendere da una situazione insolita, ma è collegato alle immagini fondamentali che le persone hanno inculcate nelle memoria: la figlia ingrata, il padre abbandonato, i bambini che corrono sul prato, la patria tradita, il ricordo del primo amore. Il kitsch fa spuntare, una dietro l’altra, due lacrime di commozione. La prima lacrima dice: Come sono belli i bambini che corrono sul prato! La seconda lacrima dice: Com’è bello essere commossi insieme a tutta l’umanità alla vista dei bambini che corrono sul prato. […] Il vero antagonista del kitsch totalitario è l’uomo che pone delle domande. Una domanda è come un coltello che squarcia la tela di un fondale dipinto per permetterci di dare un’occhiata a ciò che si nasconde dietro.”

Il passo sopra citato è tratto dal libro l’insostenibile leggerezza dell’essere di M. Kundera ed esprime, con evidente risalto, il concetto di Stereotipo.

L’etimologia della parola è greca e vuole indicare una visione comune, spesso superficiale,  e l’attribuzione di caratteristiche ad un gruppo, un modo di essere, un avvenimento, una situazione, un sentimento e così via.

Quindi è una sorta di schematizzazione adoperata  nella vita per delimitare  degli elementi in dei compartimenti stagni qualificati e riconoscibili, ed è proprio questa riconoscibilità ad essere , a volte, la forza del cliché.

Spontaneamente si è più vicini a qualcosa di noto e comprensibile, quindi l’uso di personaggi tipo o situazione ridondanti viene usato appositamente in pubblicità, film e opere letterarie come punto di unione tra l’opera proposta e lo spettatore.

Quante volte vi è capitato di incontrare i seguenti personaggi (tratti da wikipedia):

Il cavaliere errante, un vagabondo cavalleresco in cerca di avventure per mettersi alla prova come cavaliere.
La damigella in pericolo, la donna giovane, bella, virginale, che deve essere salvata da qualche crudele destino dall’eroe. ( da considerare anche al di fuori del contesto cavalleresco, quanti film, telefilm e libri parlano di una ragazza che deve essere salvata? Ed arriva il Principe Azzurro).
Il boss, è un potente gangster che ha il controllo assoluto della città, grazie ai suoi traffici illeciti (corruzione politica, narcotraffico, contrabbando, prostituzione). L’eroe principale, nella maggior parte delle situazioni, si vede obbligato ad affrontare tutti i suoi temibili sicari, in modo da accedere allo scontro finale con il famigerato criminale. Ama fumare il sigaro, bere drink e il gioco d’azzardo.
Il dongiovanni malvagio, un cattivo che è interessato all’eroina nonostante la completa mancanza di interesse da parte sua.
Il ladro gentiluomo, un affascinante personaggio che commette crimini (in genere furto di gioielli e altri preziosi) più per il brivido del pericolo che per necessità; dotato di gusti raffinati, buona educazione ed istruzione, amato dalle donne, preferisce l’astuzia alla violenza.
Il maggiordomo inglese,  Alfred non è l’unica maggiordomo inglese della storia, la lista è lunga.
L’anziano maestro di arti marziali, il clown malvagio, il genio solitario.

Insomma la lista è lunga ma il problema non risiede tanto nell’uso di personaggi tipo nelle opere ma, dal mio punto di vista, è incarnato quando utilizziamo la classificazione in cliché nella nostra vita di tutti i giorni.

Se una è bella non può essere anche intelligente, gli stranieri rubano lavoro agli italiani, se muori di overdose potenzialmente potevi essere il musicista che avrebbe cambiato la storia della musica (per alcuni effettivamente può essere vero, almeno per uno sicuramente è così)… ecc.  I pantacollant sono pantaloni!!(  non c’entra niente, mi andava di metterlo).

Secondo me bisognerebbe pensare che ogni qualvolta utilizziamo un cliché in maniera molto superficiale incarniamo noi stessi il più banale degli stereotipi

Un piccolo accenno:

Édouard Manet  (1832-1883) pittore francese, citato in questo caso per la sua esigenza di uscire dai luoghi comune con l’arte e del suo uso di immagini riconoscibili a scopo provocatorio, quini una sorta di utilizzo provocatorio dello stereotipo per il superamento di esso.

Nel 1963 dipinse “Olympia” e tra il ’62 e il ’63 “Colazione sull’erba”.

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Queste due opere provocarono un forte scandalo perché nonostante i riferimenti ad opere classiche (Tiziano), quindi ad una elevatezza morale, i soggetti nudi rappresentati nelle opere sono associati ad elementi contemporanei dell’epoca facilmente distinguibili  ad esempio in colazione sull’erba i vestiti a terra della ragazza appartengono alla moda dell’epoca, e in Olympia il nome della prostituta era utilizzato da diverse donne del mestiere.

E tu, a quale cliché appartieni?

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